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Lettura in italiano: La Fame


Estratto dal libro

Vita di Luciano De Crescenzo

scritta da lui medesimo

di Luciano De Crescenzo

ARNOLDO MONDADORI EDITORE 1989

Ingegnere napoletano, innamorato della filosofia e curioso della vita, De Crescenzo si racconta in un libro autobiografico, partendo dall’infanzia fino ad arrivare all’affermazione come scrittore, sceneggiatore e regista. Il tono è sempre godibile, il tragico diventa comico e attraverso i suoi aneddoti esilaranti, da vero filosofo, ci insegna a vivere ogni parentesi della vita, accogliendo i cambiamenti con la giusta dose di ironia. I suoi libri, molto popolari in Italia, sono tradotti in 19 lingue.


Introduzione al brano

Durante la seconda guerra mondiale, Luciano con tutta la famiglia scappa da Napoli per rifugiarsi a Cassino. Il padre, dopo un lungo studio delle carte geografiche, sceglie proprio questo posto non immaginando che si sarebbe rivelato il peggiore possibile, dato che nel 1944 diventerà teatro dei violenti scontri fra soldati tedeschi e alleati. Nonostante tutto De Crescenzo descrive il periodo della guerra come quello in cui ha più riso di tutta la sua vita, merito del carattere allegro e della famiglia piena di personaggi singolari.

Una notte, la mancanza di cibo reale da mangiare porta tutti a sognare i piatti di una volta e si scatena un vivace scambio di opinioni sull’esecuzione della Pasta alla Genovese.


Questo piatto, nato fra i lavoratori del porto di Napoli, è una ricetta tipica napoletana che trovate descritta nella sezione Food & Cooking.

VIII

La fame

Un bel giorno anche le mele finirono e per noi cominciò il periodo della fame. Ci mandavano a letto digiuni, con la sola promessa che il giorno dopo avremmo mangiato a sazietà.

“Dormire è uguale a mangiare!” sentenziava papà. “E adesso dormite!”

Facile a dirsi, non altrettanto a tradurlo in pratica. Per quanti sforzi facessi, non c’era verso di prendere sonno. Andavo a letto alle sei, non appena veniva buio, e restavo lì, sdraiato, immobile, per ore e ore, sempre a pensare che cosa mi sarebbe piaciuto mangiare. E anche quando mi addormentavo la fame continuava a trapanarmi il cervello: sognavo tavole imbandite dietro cancelli sbarrati, piatti di spaghetti che sparivano nel nulla non appena vi affondavo dentro la forchetta, centinaia di prosciutti appesi al soffitto e non una scala per poterli arraffare. Oltre alla forma e al colore, ero capace di sognare anche il sapore di ogni singola pietanza e perfino il rumore del pane croccante appena uscito dal forno.

Nel silenzio della notte, rotto solo da cupi rimbombi di artiglierie lontane, c'era sempre qualcuno che cominciava parlare di cibo.

“Te li ricordi rigatoni?”

“Ah sì, i rigatoni! Me li ero proprio dimenticati: noi a casa li chiamavamo i paccheri.”

“Non dire sciocchezze: i paccheri sono una cosa e i rigatoni sono un’altra. I paccheri sono larghi e schiacciati, i rigatoni sono tondi e rigati. E lo sai perché i rigatoni sono rigati? Perché così il ragù s’impizza (1) dentro ai solchi delle righe e non scivola via.”

“A me mammà i rigatoni me li faceva con la ricotta!”

“E te lo ricordi il gâteau di patate?”

“Il gâteau di patate? E come se me lo ricordo!… Con la mozzarella… i pezzettini di salame… il pane grattugiato… Com’era buono il gâteau di patate!”

Passavamo il tempo dire: “Io adesso mi mangerei questo, no, io mi mangerei quest’altro!”. Il bello era che qualche volta finivamo col litigare su cosa avremmo voluto mangiare.

“La pasta e fagioli io non la voglio” dichiarava zio Alberto, come se davvero qualcuno gliela stesse per offrire. “Se proprio debbo desiderare qualcosa, e allora fatemi la cortesia di farmi sognare due fusilli alla genovese.”

“E tu vuoi mettere i fusilli alla genovese con la pasta fagioli?” replicava papà scandalizzato. “Ma fammi il piacere: la pasta fagioli è la regina della tavola!”

“Tutto dipende da come si fa la genovese: voi di Santa Lucia, tanto per fare un esempio, non la sapete fare.”

“Ecco qua: adesso arrivano quelli del corso Garibaldi a insegnare a noi come si fa la genovese! Ma nun dicere fessarie! (2)”

“Proprio così,” insisteva zio Alberto “voi non la sapete fare! Innanzitutto a Santa Lucia usate il lacerto (3) mentre noi al corso Garibaldi adoperiamo ’o gambunciello (4) e questa già sarebbe una prima differenza, poi noi le cipolle le tagliamo a fette e voi le mettete tutte intere…”

“La cipolla non deve conoscere il ferro: se vede la lama si avvilisce!” sentenziava papà.

“E invece va tagliata, altrimenti non si sposa con gli odori” ribatteva zio Alberto.

“E voi quali odori mettete?” chiedeva papà con tono inquisitorio.

“Tutti quelli che ci vogliono: il sedano… la carota… cento grammi di prosciutto, un misurino d'olio e un bicchiere di vino da aggiungere di tanto in tanto che se no si azzecca (5) tutto sotto. Due ore di cottura a fuoco lento…”

“Due ore di cottura? Due ore solamente? Ih, che bella schifezza ’e genovese (6) che fate dalle vostre parti!” esclamava papà. “Sai che ti dico, Albè? Che se tu adesso mi volessi offrire una genovese del corso Garibaldi io, con tutta la fame che tengo, non me la mangerei!”

“Come si vede che vicino ai fornelli non sei nessuno!” ribatteva zio Alberto con aria di commiserazione. “La genovese non è il ragù che deve cuocere all'infinito: è il colore della cipolla che ti avvisa quand'è il momento che la devi togliere dal fuoco!”

“E quale sarebbe questo colore?”

“L’ambra.”

“Giulia hai sentito?” sghignazzava papà, rivolgendosi a mia madre. “Il colore della genovese è l’ambra!”

“E che è l’ambra?” chiedeva mammà.

“È il colore della genovese” rispondeva impassibile zio Alberto.

Imparatevi a cucinare!” urlava nel frattempo mio padre, diventando improvvisamente serissimo. “Il colore della genovese è manto di monaco!”

“È l’ambra!” rispondevano in coro i miei cugini.

“Nossignore: è il manto di monaco!”

“Una volta al Ponte della Maddalena mi comprai una giacchetta usata color ambra, uguale uguale a come dovrebbe essere la genovese” raccontava zio Alberto. “Ebbè, credetemi, io ogni domenica, quando faccio la genovese, come prima cosa mi metto la giacchetta, e tanto giro e tanto volto finché la cipolla non mi diventa proprio di quel colore. Per non sbagliare, ogni dieci minuti accosto la manica alla casseruola.” […]


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1 S’impizza: si infila

2 Ma nun dicere fessarie!: Ma non dire stupidaggini!

3 Lacerto: muscolo pregiato di manzo

4 Gambunciello: muscolo di basso costo

5 Si azzecca: si attacca, brucia

6 Ih, che bella schifezza ’e genovese: Uh, che schifo di genovese